Per anni, alcuni contenziosi bancari hanno provato a sostenere la tesi della cosiddetta usura sopravvenuta: un tasso di interesse lecito al momento della stipula del contratto diventerebbe usurario in un momento successivo, se nel frattempo la soglia di legge, calcolata trimestralmente, scende sotto il livello pattuito.
La giurisprudenza consolidata, sia della Cassazione sia della Corte Costituzionale, ha definitivamente respinto questa impostazione: la valutazione dell'usurarietà si effettua esclusivamente al momento della pattuizione del tasso, non durante l'esecuzione successiva del contratto.
Questo orientamento è ormai talmente stabile che sostenere ancora la tesi dell'usura sopravvenuta in un atto giudiziario rischia di indebolire la credibilità dell'intera impostazione difensiva agli occhi del giudice, oltre a esporre al rischio di una soccombenza sul punto con relativa condanna alle spese.
Chi si occupa seriamente di contenzioso bancario oggi orienta le proprie contestazioni su terreni tecnicamente più solidi: il calcolo corretto del tasso effettivo alla stipula, la corretta categorizzazione dell'operazione, l'inclusione o esclusione di specifiche voci di costo — non sulla tesi ormai definitivamente archiviata dell'usura sopravvenuta.
