Ogni stagione di bilancio italiana ha il suo capitolo sulle banche. Quella che si apre verso la manovra 2027, l'ultima della legislatura, lo ha anticipato a inizio settembre. Reuters l'ha sintetizzato l'11 settembre con un titolo senza sfumature: l'Italia punta sulle banche nella caccia alle entrate per il bilancio 2027. Dietro il titolo c'è uno scontro dentro la maggioranza, un modello straniero preso a riferimento, un precedente italiano che nessuno cita volentieri e una questione costituzionale che tornerà inevitabilmente.
Che cosa è stato proposto
I fatti, come ricostruiti dalle agenzie fra l'8 e il 9 settembre, sono questi.
La Lega ha rilanciato la richiesta di un contributo del sistema bancario. In una nota diffusa dal partito si indica un prelievo del 5% che permetterebbe di recuperare fra 2 e 3 miliardi di euro, da destinare al sostegno del reddito di famiglie e imprese e alle politiche per la sicurezza. Fra le priorità della Lega compare espressamente il contributo dei primi dieci grandi istituti bancari. Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha dichiarato che il contributo «deve essere definitivo e strutturale» e ha lamentato che «anche in maggioranza c'è qualcuno che prova a rallentare».
In un intervento successivo, Salvini ha precisato la propria posizione distinguendo fra «extraprofitto», che a suo dire non esiste, e «profitto extra»: sui circa 50 miliardi di utili realizzati dal settore bancario, andrebbe calcolato quanto derivi dalla capacità imprenditoriale degli istituti e quanto da una «mera operazione matematica» legata al differenziale fra tassi attivi e passivi. Ha aggiunto che la combinazione fra il contributo delle banche e uno scostamento di bilancio «corposo» coprirebbe «quasi tutta» la prossima legge di bilancio.
Forza Italia, storicamente contraria a qualunque tassa sugli extraprofitti, ha alzato un muro e rinvia a un eventuale dialogo con le imprese del settore. Da Fratelli d'Italia arriva una precisazione lessicale che è anche politica: non si intende parlare di extraprofitti, ma di contributi. Fonti di governo non escludono che si ritorni a un confronto con gli istituti di credito e che un contributo possa essere chiesto anche ad altre categorie, come quella assicurativa. La forma sarà definita, secondo le stesse fonti, in sede di stesura del testo della manovra.
Prima di ogni decisione, il governo attende il 22 settembre, data della rilevazione finale del rapporto fra deficit e prodotto interno lordo del 2025. Se sarà confermata la stima iniziale sopra il 3%, bisognerà attendere il prossimo anno per la chiusura della procedura europea per deficit eccessivo aperta nel 2024. Altrimenti potrebbero aprirsi margini aggiuntivi.
Il modello spagnolo
La Lega ha dichiarato di lavorare a un documento che prende a riferimento il precedente spagnolo. Vale la pena guardarlo da vicino.
La Spagna ha approvato alla fine del 2024 un'imposta sulle banche valida per il triennio 2025-2027. Colpisce con un'aliquota progressiva il margine di interesse e le commissioni, con un prelievo maggiorato per i gruppi che superano i 5 miliardi di euro di ricavi. Secondo dati raccolti dall'agenzia Efe e riportati dalla stampa italiana, le sei principali banche spagnole hanno versato a giugno circa 550 milioni di euro come prima rata dell'imposta, a fronte di utili semestrali che hanno superato i 17 miliardi.
Il confronto fra le due cifre è eloquente: il prelievo spagnolo, per quanto politicamente rilevante, incide in misura limitata sulla redditività delle grandi banche. È un dato che i sostenitori dell'imposta usano per dire che le banche possono permetterselo, e che gli oppositori usano per dire che il gettito non giustifica il costo in termini di fiducia degli investitori.
Il precedente italiano che nessuno cita
L'Italia ci ha già provato. Nell'agosto del 2023 il governo introdusse per decreto un'imposta straordinaria calcolata sull'incremento del margine di interesse delle banche. L'annuncio provocò una forte reazione dei mercati, e il testo fu modificato in sede di conversione: fra le novità, la possibilità per le banche di non versare l'imposta destinando a una riserva non distribuibile un importo pari a un multiplo del dovuto. Nella pratica, gran parte del sistema scelse la riserva (da verificare i dati di dettaglio sulle scelte dei singoli istituti).
Il risultato fu un gettito molto inferiore alle attese e un rafforzamento patrimoniale delle banche, cioè l'opposto di quanto l'annuncio aveva promesso. Poi, per la manovra 2025, si scelse una strada diversa: secondo l'agenzia AGI, il rinvio delle deduzioni delle svalutazioni, delle perdite su crediti e dell'avviamento collegati alle imposte differite attive, con maggiori entrate stimate in 3,4 miliardi. Una misura concordata, tecnicamente complessa e politicamente silenziosa.
L'insistenza oggi sulla parola «contributo» anziché «extraprofitti» indica con buona probabilità in quale direzione si andrà: una misura negoziata, di natura finanziaria più che tributaria in senso stretto, costruita per non allarmare gli investitori.
Il limite costituzionale
Qualunque forma assuma, un prelievo che colpisce un solo settore deve confrontarsi con gli articoli 3 e 53 della Costituzione: uguaglianza e capacità contributiva.
La Corte costituzionale se ne è occupata in un caso molto noto, quello della cosiddetta Robin tax sui settori energetico e petrolifero. Con la sentenza n. 10 del 2015 dichiarò illegittima la maggiorazione dell'imposta sul reddito per le società del settore, rilevando fra l'altro l'irragionevolezza di un prelievo che colpiva l'intero reddito anziché il sovraprofitto congiunturale che intendeva intercettare, e l'assenza di una delimitazione temporale. La Corte, eccezionalmente, limitò gli effetti della pronuncia al futuro, per non compromettere l'equilibrio di bilancio.
Quel precedente contiene tre indicazioni che valgono anche oggi. Un prelievo settoriale deve essere collegato a una capacità contributiva specifica e riconoscibile. Deve essere proporzionato e, se congiunturale, delimitato nel tempo. E la dichiarazione di Salvini sul contributo «definitivo e strutturale» si scontra proprio con questo secondo requisito: una misura strutturale su un solo settore ha bisogno di una giustificazione molto più solida di una misura temporanea legata a condizioni eccezionali.
La stessa sentenza del 2015 ricordava un aspetto che le imprese non dovrebbero dimenticare: la Robin tax conteneva un divieto di traslazione dell'onere sui prezzi, con un compito di vigilanza affidato all'autorità di settore, e la Corte ne sottolineava la difficoltà di attuazione.
La domanda che conta per le imprese
Qui arriva il punto che il dibattito politico trascura. Un prelievo sulle banche è pagato dalle banche solo in prima battuta. Nel medio periodo, il costo può essere trasferito su tre soggetti: gli azionisti, attraverso minori dividendi; i depositanti, attraverso una remunerazione più bassa della liquidità; i clienti che si finanziano, attraverso spread più alti e commissioni più care.
In un mercato del credito come quello italiano, in cui le piccole e medie imprese dipendono in larghissima parte dal finanziamento bancario e hanno un potere contrattuale limitato, il terzo canale è il più probabile. E il momento è delicato. Secondo la Banca centrale europea, dopo il rialzo dei tassi di giugno il costo del credito bancario alle imprese dell'area euro è salito al 3,8% fra giugno e luglio, dal 3,6% di maggio, e il 10 settembre il Consiglio direttivo ha deciso un ulteriore aumento di 25 punti base dei tassi di riferimento, portando quello sui depositi al 2,50%.
Un prelievo sulle banche introdotto in una fase di tassi in salita rischia quindi di sommarsi al rialzo del costo del denaro proprio sulle imprese che meno possono assorbirlo. Nessun divieto di traslazione, anche se previsto, può impedire a una banca di rivedere il merito creditizio di un'impresa, il prezzo del rischio o le condizioni di rinnovo di un affidamento.
Che cosa fare, in concreto
Per un'impresa che si finanzia in banca, le prossime settimane non sono il momento di aspettare il testo della manovra.
Rinegoziare prima. Le condizioni di affidamenti in scadenza o in revisione nel quarto trimestre vanno discusse ora, con i numeri del semestre, e non a gennaio, quando le banche avranno incorporato nel prezzo sia il rialzo dei tassi sia l'eventuale nuovo onere.
Diversificare. Un'impresa con una sola banca subisce ogni variazione di politica commerciale. Un secondo interlocutore, anche per importi più contenuti, crea confronto.
Guardare oltre la banca. Strumenti come i minibond, i basket bond con garanzia pubblica e il credito dei fondi specializzati hanno costi più alti in apparenza, ma sono meno esposti alle scelte di un singolo istituto e alla politica fiscale sul settore bancario.
Leggere le clausole di revisione. Molti contratti di finanziamento contengono clausole che consentono alla banca di modificare le condizioni al verificarsi di aumenti di costi dovuti a nuove norme. È il momento di sapere se il proprio contratto le contiene e con quali limiti.
L'angolo del Diavolo
Il dibattito sui profitti delle banche ha sempre due protagonisti visibili, il governo e gli istituti, e un protagonista invisibile che alla fine paga: il cliente che non ha alternative. In Spagna le banche hanno versato 550 milioni a fronte di 17 miliardi di utili semestrali. In Italia, nel 2023, un'imposta annunciata come redistributiva si è trasformata in gran parte in riserve patrimoniali.
Chi governa sceglierà la parola giusta, contributo e non extraprofitto, e la forma giusta, concordata e non imposta. Chi fa impresa dovrebbe fare una scelta più semplice: non aspettare di scoprire dal prossimo estratto conto quale parte di quel contributo gli sia stata girata. La trattativa sul costo del credito si fa quando la banca ha bisogno del cliente, non quando il cliente ha bisogno della banca.
