Il termine per aderire o rinnovare l'adesione al concordato preventivo biennale per il biennio 2026-2027 è fissato al 31 ottobre 2026 e, cadendo di sabato, slitta al 2 novembre. Lo stesso termine vale per la revoca di un'adesione già inviata.
Mancano quattro settimane. In molte imprese questa pratica verrà trattata come un adempimento fra gli altri, discussa in venti minuti con il commercialista e decisa guardando la convenienza del primo anno. È un modo possibile di affrontarla. Non è il modo corretto, perché il concordato preventivo biennale non è un adempimento: è un contratto a due anni che vincola la base imponibile indipendentemente da come andrà l'impresa.
Che cosa si sta decidendo davvero
Il meccanismo è semplice da descrivere. L'amministrazione finanziaria propone al contribuente, sulla base dei dati di cui dispone, un reddito per il biennio. Se il contribuente accetta, su quel reddito paga le imposte, anche se il reddito effettivo sarà più alto. Se sarà più basso, paga comunque sul concordato.
La sostanza finanziaria dell'operazione è quella di un contratto a termine sul proprio imponibile: si fissa oggi un valore per due anni, scambiando la possibilità di guadagnare di più con la certezza di non perdere.
Detta così, la domanda giusta non è "mi conviene quest'anno", ma "quale scenario sto comprando". E la risposta dipende da due cose: la volatilità attesa dei propri margini e la propria capacità di sopportare un'imposta calcolata su un reddito che non si è prodotto.
Per un'impresa con ricavi stabili e margini prevedibili, la certezza vale e il premio richiesto è basso. Per un'impresa esposta a costi energetici, a un cliente concentrato o a un settore ciclico, lo stesso contratto ha un profilo diverso: fissa l'imposta nel momento buono e la lascia ferma in quello cattivo.
La verifica si fa con un foglio di calcolo, non con una sensazione. Si simula il risultato su tre scenari - base, favorevole, avverso - e si confronta l'imposta concordata con quella ordinaria in ciascuno. Se nello scenario avverso l'imposta concordata assorbe una quota insostenibile della cassa generata, la risposta è no, qualunque sia il risparmio nello scenario base.
Che cosa ha cambiato il decreto Omnibus
Il decreto legislativo 7 agosto 2026, n. 148, entrato in vigore il 12 agosto, è il quarto correttivo della riforma fiscale ed è intervenuto anche su questa materia.
Due profili meritano attenzione per chi sta decidendo adesso.
Il primo riguarda le modifiche della compagine sociale nelle società e associazioni dell'articolo 5 del Tuir, quelle in cui il reddito è imputato per trasparenza ai soci. Il decreto ha introdotto una salvaguardia: in caso di rinnovo dell'adesione, sono fatte salve le modifiche della compagine dovute all'ingresso di soci o associati che, nell'anno precedente, abbiano conseguito redditi al di sotto di una soglia determinata. Fuori da questa ipotesi, l'ingresso di un nuovo socio o associato può determinare la cessazione degli effetti del concordato dal periodo d'imposta in cui si verifica.
Il secondo riguarda i versamenti rateali in caso di rinnovo per il biennio 2026-2027, con una disciplina specifica sugli interessi.
La conseguenza pratica è che per uno studio associato, una società di persone o una società tra professionisti la decisione sul concordato non è separabile dalle decisioni sulla compagine. Se è in programma l'ingresso di un collega, il momento in cui avviene e la sua posizione reddituale dell'anno precedente possono fare la differenza fra un patto che regge e un patto che cessa per tutti.
È il genere di coordinamento che in molte organizzazioni non avviene, perché le due decisioni vivono su tavoli diversi: la compagine si discute fra soci, il concordato si delega all'amministrazione.
Le domande da porre prima di firmare
Quattro, e vanno poste in questo ordine.
Primo: che cosa ho in cantiere nei prossimi ventiquattro mesi. Un'operazione straordinaria, l'ingresso di un socio, una scissione, il conferimento di un ramo d'azienda: sono tutti eventi che interagiscono con le cause di esclusione e cessazione. Decidere l'adesione senza aver messo sul tavolo il piano societario significa decidere con metà delle informazioni.
Secondo: quanto è prevedibile il mio margine. Non il fatturato: il margine. Un'impresa può avere ricavi stabili e margini volatili, se è esposta a costi di input che si muovono. In questa fase, con energia e logistica in tensione, la seconda situazione è più comune della prima.
Terzo: che cosa succede alla mia cassa nello scenario avverso. L'imposta concordata si paga anche quando l'anno va male, e nell'anno in cui va male la cassa serve ad altro. Questa è la variabile che rovina le adesioni fatte bene sulla carta.
Quarto: che cosa sto comprando in termini di rapporto con l'amministrazione. L'adesione si inserisce in un disegno più ampio, quello che punta a spostare il rapporto fra fisco e contribuente dal controllo successivo alla definizione preventiva. Per un'impresa che ha un contenzioso aperto o posizioni incerte su annualità precedenti, questo profilo va valutato insieme agli altri strumenti disponibili, non isolatamente.
Il contesto, perché conta
Questa scadenza arriva mentre si sta scrivendo la legge di bilancio per il 2027, e il quadro di finanza pubblica è in aggiornamento.
Il ministro dell'Economia ha ribadito che la riduzione dell'imposta sui redditi per il ceto medio resta una priorità del governo, aggiungendo che la sintesi arriverà a breve perché il quadro di finanza pubblica va aggiornato all'inizio di ottobre. Nelle stesse settimane si discute dell'estensione dell'aliquota del 33% alla fascia fino a sessantamila euro, di una tassazione agevolata sui redditi dei più giovani e di una cedolare secca sugli immobili commerciali.
Per chi decide sul concordato, questo contesto non è un dettaglio politico: il valore della certezza dipende anche da che cosa succederà alle aliquote. Un'impresa che fissa oggi l'imponibile per due anni lo fa in una fase in cui la struttura delle aliquote è in movimento.
Non è un argomento per decidere in un senso o nell'altro. È un argomento per non delegare la decisione a chi non ha il quadro completo.
Le cause di cessazione sono il vero rischio, non la convenienza
C'è un equivoco che vale la pena sciogliere. Nel dibattito sul concordato preventivo biennale quasi tutta l'attenzione si concentra sulla convenienza, cioè sul confronto fra il reddito proposto e quello atteso. Nella pratica, però, i problemi arrivano quasi sempre dall'altro lato: dalle cause che fanno cessare gli effetti del patto.
La logica è semplice. Il concordato si fonda su un presupposto: che l'impresa che si è presentata all'amministrazione resti, per il biennio, sostanzialmente la stessa. Quando questo presupposto viene meno - perché cambia la compagine, perché l'attività cessa, perché intervengono operazioni straordinarie - il patto perde la propria base e gli effetti cessano, in genere a partire dal periodo d'imposta in cui l'evento si è verificato.
Le conseguenze pratiche sono due, e nessuna delle due è neutra.
La prima: la cessazione può operare per l'intera compagine e non solo per chi ha causato l'evento. In una società di persone o in uno studio associato, la decisione di un singolo produce effetti su tutti, e questo rende la materia un tema da regolare nei rapporti interni prima ancora che davanti all'amministrazione.
La seconda: la cessazione non è una revoca. La revoca è una scelta, si esercita nei termini e ha effetti prevedibili. La cessazione è un effetto automatico che si verifica quando ricorre il presupposto, spesso a distanza di mesi dalla decisione che l'ha innescata, e si scopre quando si liquidano le imposte.
Ne discende una regola di prudenza che vale per qualunque struttura associata: inserire nei patti interni una clausola che subordini al consenso degli altri soci o associati, per la durata del concordato, gli eventi che possono determinarne la cessazione. Non serve a impedire l'ingresso di un collega o la riorganizzazione: serve a far sì che chi decide sappia che cosa sta decidendo anche per gli altri.
La lettura del reparto
Ogni anno, intorno a questa scadenza, succede la stessa cosa: il concordato viene presentato come una convenienza da calcolare, e il calcolo viene fatto sull'anno in corso.
Ma un contratto biennale non si valuta sull'anno in corso. Si valuta sulla distribuzione dei risultati possibili e sulla capacità dell'impresa di sopportare la coda sinistra di quella distribuzione, cioè l'anno brutto.
Chi ha un controllo di gestione funzionante fa questo esercizio in mezza giornata e decide con cognizione. Chi non ce l'ha deciderà guardando il numero che gli viene proposto, e scoprirà il costo della decisione fra diciotto mesi, quando l'imposta sarà da pagare su un reddito che non ha prodotto.
Quattro settimane sono sufficienti per fare il lavoro bene. Sono anche abbastanza poche perché, se non si comincia adesso, si finisca per non farlo.
