Prima del token vengono la qualificazione giuridica, il prestatore e i controlli.
Stablecoin e pagamenti: la blockchain non cambia la natura dell’operazione
Nel linguaggio commerciale, una stablecoin viene spesso descritta come un modo rapido per trasferire valore. Nel linguaggio giuridico, però, la prima domanda è diversa: che cosa sta accadendo davvero?
Un trasferimento può coinvolgere un token, ma anche un servizio di pagamento, un’attività di custodia, una conversione, un rapporto con un cliente o un pagamento transfrontaliero. La tecnologia utilizzata non determina da sola il perimetro regolamentare.
Per un’impresa, l’errore più pericoloso è pensare che la velocità della transazione riduca automaticamente gli obblighi. Prima di inserire una stablecoin nella tesoreria occorre mappare il flusso: chi invia, chi riceve, quale intermediario opera, dove sono custoditi gli asset, quali controlli antiriciclaggio vengono svolti, quale autorizzazione possiede il prestatore e cosa accade se il servizio viene sospeso.
La questione diventa ancora più delicata quando il token rappresenta moneta elettronica o viene utilizzato per pagare fornitori, dipendenti o utenti di una piattaforma. In tali casi, la qualificazione dell’attività può richiedere un’analisi che tenga insieme MiCA, disciplina dei pagamenti, antiriciclaggio e regole nazionali.
Il contratto con il prestatore
Non basta verificare che il fornitore abbia un’applicazione elegante. Occorre leggere responsabilità, tempi di esecuzione, blocchi, conversione, gestione degli errori, dati e procedura di uscita. La tesoreria non può dipendere da un servizio che nessuno sa sostituire.
L’Avvocato del Diavolo
La stablecoin può ridurre alcune frizioni, ma può introdurne altre. Un flusso tecnicamente efficiente può diventare giuridicamente fragile se la società non ha chiaro quale servizio stia utilizzando e chi sia responsabile.
La domanda corretta non è “la stablecoin è sicura?”. È “quale operazione sto realizzando, chi la autorizza e quale piano ho se qualcosa va storto?”.
Nota: il testo deve essere aggiornato sulle fonti EBA, MiCA e PSD2 applicabili alla data di pubblicazione.
Pubblicato il 27 agosto 2026.
Un trasferimento può coinvolgere un token, ma anche un servizio di pagamento, un’attività di custodia, una conversione, un rapporto con un cliente o un pagamento transfrontaliero. La tecnologia utilizzata non determina da sola il perimetro regolamentare.
Per un’impresa, l’errore più pericoloso è pensare che la velocità della transazione riduca automaticamente gli obblighi. Prima di inserire una stablecoin nella tesoreria occorre mappare il flusso: chi invia, chi riceve, quale intermediario opera, dove sono custoditi gli asset, quali controlli antiriciclaggio vengono svolti, quale autorizzazione possiede il prestatore e cosa accade se il servizio viene sospeso.
La questione diventa ancora più delicata quando il token rappresenta moneta elettronica o viene utilizzato per pagare fornitori, dipendenti o utenti di una piattaforma. In tali casi, la qualificazione dell’attività può richiedere un’analisi che tenga insieme MiCA, disciplina dei pagamenti, antiriciclaggio e regole nazionali.
Il contratto con il prestatore
Non basta verificare che il fornitore abbia un’applicazione elegante. Occorre leggere responsabilità, tempi di esecuzione, blocchi, conversione, gestione degli errori, dati e procedura di uscita. La tesoreria non può dipendere da un servizio che nessuno sa sostituire.
L’Avvocato del Diavolo
La stablecoin può ridurre alcune frizioni, ma può introdurne altre. Un flusso tecnicamente efficiente può diventare giuridicamente fragile se la società non ha chiaro quale servizio stia utilizzando e chi sia responsabile.
La domanda corretta non è “la stablecoin è sicura?”. È “quale operazione sto realizzando, chi la autorizza e quale piano ho se qualcosa va storto?”.
Nota: il testo deve essere aggiornato sulle fonti EBA, MiCA e PSD2 applicabili alla data di pubblicazione.
Pubblicato il 27 agosto 2026.
Lieke
Olanda · 27 agosto 2026