Covenant, intercreditor agreement e pacchetto di garanzie: come è costruito davvero un finanziamento strutturato e dove l'avvocato fa la differenza
L'architettura del debito
Un finanziamento corporate non si firma. Si costruisce. Il pacchetto di documenti che accompagna un'operazione di leveraged finance pesa più di un fascicolo processuale, e ogni clausola è il sedimento di una guerra combattuta da qualcun altro, prima, in un'altra operazione finita male. Chi legge solo il tasso non ha capito niente. Il prezzo del denaro è la cosa meno interessante del contratto. La cosa interessante è cosa succede quando il debitore smette di pagare: chi comanda, chi incassa per primo, chi resta a guardare. Quella partita si gioca tutta nelle ottanta pagine che nessuno legge.
Parlo di architettura. Perché un finanziamento strutturato è un edificio: ha un telaio che regge il carico (i covenant), un sistema di tubature che decide dove va l'acqua quando la pressione sale (l'intercreditor agreement), e delle fondamenta che dovrebbero tenere anche col terremoto (il security package). Se una di queste tre parti è progettata male, l'edificio sta in piedi finché c'è il sole. Crolla alla prima crisi. E in Italia la crisi, quando arriva, ha un nome preciso: si chiama procedura concorsuale, e ha le sue regole, che non chiedono il permesso a nessun contratto inglese.
Il telaio: covenant finanziari e informativi
Cominciamo dal telaio. I covenant sono le promesse che il debitore fa al creditore per tutta la durata del prestito. Si dividono in due grandi famiglie, e la distinzione non è accademica: decide chi tiene il volante quando l'auto sbanda.
I financial covenant sono soglie numeriche. Le due regine sono il leverage ratio (rapporto tra debito finanziario netto ed EBITDA) e l'interest coverage ratio o ICR (rapporto tra margine operativo e oneri finanziari). Un pacchetto tradizionale impone, per esempio, una leva massima che parte da 5,5–6,0x e scende per gradini fino a 4,5–5,0x negli anni successivi, e un ICR minimo intorno a 2,0–2,5x (Simpson Thacher, Leveraged Finance 101 — A Covenant Handbook). Sono numeri, ma sono potere travestito da aritmetica.
Qui entra la distinzione che separa i dilettanti dai professionisti: covenant di mantenimento (maintenance) contro covenant di assunzione (incurrence). Un covenant di mantenimento va rispettato a ogni data di test, trimestre dopo trimestre, a prescindere da cosa fa il debitore: nell'istante in cui la leva supera la soglia, il controllo passa al creditore, che può ridurre le linee, modificare i termini, mettere le mani nella gestione (IB Interview Questions, Debt Covenants: Maintenance vs Incurrence). Un covenant di assunzione, invece, si testa solo se il debitore compie un'azione precisa — distribuire un dividendo, indebitarsi ancora, fare un'acquisizione. Finché sta fermo, non viola nulla. È la differenza tra una sentinella che ti controlla ogni notte e un tornello che scatta solo se provi a passare.
I covenant informativi sono il sistema nervoso del prestito. Bilanci certificati entro un termine, situazioni infrannuali, compliance certificate firmati dal CFO che attestano il rispetto dei parametri, notifica immediata di ogni evento di default. Sembrano burocrazia. Non lo sono. Sono l'unico modo che il creditore ha di accorgersi che l'edificio si sta crepando prima che caschi. Un avvocato che tratta gli information covenant come boilerplate da copincollare sta consegnando al cliente una casa senza allarme antincendio.
La grande ritirata: dove sono finiti i covenant
E qui arriva la notizia, perché il mercato del 2025 ha quasi smesso di costruire telai. Nel large-cap europeo i prestiti covenant-lite — quelli privi di covenant di mantenimento, dotati al più di un covenant springing che scatta solo se la linea revolving è tirata oltre una certa soglia — sono ormai la norma, mentre nel mid-market avanzano le strutture cov-loose e gli add-back all'EBITDA (LSTA, Loan Market Covenant Trends 2Q25). Il leveraged loan europeo ha toccato volumi record nel 2025, e la domanda affamata degli investitori ha permesso agli sponsor di negoziare una documentazione sempre più borrower-friendly, con punteggi di qualità della protezione ai minimi da quando se ne tiene traccia (CreditSights, European Leveraged Loans 2025 Year in Review) (da verificare nei dati definitivi di chiusura d'anno).
Tradotto dal gergo: il creditore ha rinunciato alla sentinella e ha accettato il tornello. In cambio del rendimento, ha barattato il controllo. È una scelta legittima del mercato dei capitali, non un errore. Ma cambia radicalmente il lavoro dell'avvocato. In un mondo covenant-lite, la partita non si gioca più sul "quando posso accelerare", perché accelerare è diventato quasi impossibile. Si gioca su cosa il debitore può fare al mio collaterale mentre io sto fermo a guardare: trasferire asset a controllate fuori dal perimetro delle garanzie, contrarre nuovo debito pari grado o addirittura prioritario, fare quelle che il mercato chiama, con disincanto, le liability management exercise — le manovre di rimaneggiamento del debito sulle quali si stanno moltiplicando le clausole anti-cooperazione e le difese post-Serta (LSTA, 2Q25). Chi non capisce le definizioni — di EBITDA, di Permitted Debt, di Restricted Subsidiary — ha già perso, e non se ne accorgerà fino al giorno della crisi.
Eventi di default e cure rights: la valvola di sicurezza
Quando un covenant salta — ammesso che ce ne sia ancora uno da far saltare — scatta l'evento di default. Ma il contratto ben costruito non è una trappola a scatto istantaneo. Prevede grace period, soglie di materialità, e soprattutto i cure rights: il diritto di rimediare.
Il più sofisticato è l'equity cure. È la clausola che permette allo sponsor di private equity di sanare retroattivamente la violazione di un covenant finanziario versando denaro fresco a titolo di equity, somma che viene trattata come incremento dollaro-su-dollaro dell'EBITDA rettificato ai fini del ricalcolo del parametro (Colorado Banker Magazine, Equity Cure Provisions). In pratica: hai sforato la leva, ma metti capitale e il numerario torna a posto. È una valvola che protegge l'impresa da un default puramente tecnico — magari un trimestre storto — evitando di far precipitare in crisi un'azienda ancora viva.
Ma è anche un campo minato. Quante volte si può usare l'equity cure? In quanti trimestri consecutivi? Il denaro versato abbatte davvero il debito o gonfia solo l'EBITDA finché il parametro non passa? Qui l'avvocato del creditore e quello dello sponsor combattono per ogni virgola, perché un equity cure senza limiti è un covenant che non esiste: il debitore può barare al test all'infinito, finché ha uno sponsor disposto a coprire. La differenza tra una clausola scritta bene e una scritta male non si vede il giorno della firma. Si vede tre anni dopo, in tribunale.
Le tubature: l'intercreditor agreement
Se il debitore ha un solo creditore, l'intercreditor agreement non serve. Ma il leveraged finance non funziona così. Funziona a strati: debito senior, debito junior o mezzanino, talvolta linee super-senior per il circolante, finanziamenti infragruppo, crediti dei soci. Tutti che battono cassa sullo stesso patrimonio. L'intercreditor agreement è il documento che mette ordine in questo affollamento, definendo diritti, priorità e rischi relativi tra creditori che condividono lo stesso debitore e lo stesso pacchetto di garanzie (Corporate Finance Institute, Intercreditor Agreement). Sul mercato europeo lo standard di riferimento è quello della Loan Market Association (LMA), spesso ibridato con la prassi newyorkese nelle operazioni cross-border.
I meccanismi sono quattro, e vanno conosciuti uno per uno:
| Meccanismo | Cosa fa |
|---|---|
| Subordinazione | Il creditore junior non può ricevere capitale — e nei casi più severi nemmeno interessi — finché il debitore è in default verso il senior. Stabilisce chi viene prima. |
| Standstill | Il junior non può agire o escutere autonomamente per un periodo determinato — spesso da 90 a 180 giorni — dopo il default. Congela la mano del subordinato e lascia al senior il controllo dell'enforcement. |
| Turnover | Se il junior incassa qualcosa in violazione dell'ordine di priorità, deve girarlo al senior. È la rete che impedisce di scavalcare la fila. |
| Payment waterfall | La cascata che distribuisce i flussi: prima i costi dell'agente delle garanzie, poi il super-senior, poi il senior, poi il junior, infine i soci. Vale nella gestione ordinaria e, soprattutto, nel riparto da liquidazione. |
A reggere tutto c'è una figura tecnica: il security agent (o security trustee), il soggetto che detiene le garanzie per conto di tutti i creditori, gestisce l'escussione, esegue le release. Le sue protezioni, i quorum per impartirgli istruzioni, le soglie di voto per modificare l'accordo: dettagli che sembrano idraulica e invece decidono chi, nel momento decisivo, ha in mano la chiave dell'enforcement (LexisNexis UK, Intercreditor agreement).
L'intercreditor agreement è il documento dove si decide chi vince prima che la guerra cominci. Quando l'azienda va a fondo, non c'è tempo per negoziare: si applica quello che è scritto. E ciò che è scritto, in Italia, deve fare i conti con un convitato di pietra che a Londra non esiste.
Le fondamenta: il security package italiano e la prova del concorso
Qui la teoria inglese incontra il diritto italiano, e l'incontro non è sempre cortese. Il security package è il pacchetto di garanzie che ripartisce i rischi tra azienda finanziata, sponsor e controparti: tipicamente pegno sulle azioni o quote della società target, ipoteca su immobili o diritti di superficie, privilegi speciali, cessione di crediti in garanzia (Bankpedia, Security package). Ma in Italia le cause legittime di prelazione sono tre, e tassative: privilegio, pegno e ipoteca. Operano in deroga al principio della responsabilità patrimoniale generale dell'art. 2740 c.c. e determinano l'ordine di soddisfazione nelle esecuzioni individuali e nelle procedure concorsuali regolate dal Codice della crisi (Fiscomania, Classi di creditori e cause di prelazione). Tutto il resto — covenant, undertaking, lettere di patronage — in sede concorsuale vale come credito chirografario. Cioè quasi niente.
Il punto che separa l'avvocato vero dal compilatore di modelli è uno solo: l'opponibilità. Una garanzia non vale per come è scritta, ma per quando e come è stata perfezionata. Il pegno, dal momento dell'iscrizione, prende grado ed è opponibile ai terzi nelle procedure esecutive e concorsuali. Ma — e questo è il dettaglio che fa cadere intere strutture — ai fini della revocatoria fallimentare il periodo sospetto non decorre dalla data dell'atto, bensì dal momento dell'iscrizione nel registro (Diritto della Crisi, Pegno non possessorio e strumenti di regolazione della crisi). Una garanzia costituita troppo a ridosso della crisi è una garanzia che il curatore può spazzare via, lasciando il creditore senza nulla.
E la giurisprudenza recente non fa sconti. Con l'ordinanza n. 9811/2025 la Cassazione ha confermato l'assoggettabilità a revocatoria della compensazione operata in conto corrente quando il pegno di denaro è qualificabile come regolare; solo il pegno irregolare — quello in cui al creditore è espressamente attribuito il potere di disporre delle somme — sfugge alla revoca (Osservatorio Insolvenza, giugno 2025) (massima da verificare sul testo integrale). La differenza tra "regolare" e "irregolare" è una riga nel contratto di pegno. Una riga che, sbagliata, vale l'intero importo garantito.
L'isola felice e i suoi confini: le garanzie finanziarie
C'è però una scorciatoia, e si chiama contratto di garanzia finanziaria. Il D.Lgs. 170/2004, di attuazione della direttiva 2002/47/CE, ha introdotto in Italia un regime privilegiato per pegni e cessioni in garanzia aventi a oggetto strumenti finanziari e contante. Quel regime consente al creditore di escutere la garanzia senza autorizzazione del tribunale, anche in pendenza di fallimento, e legittima persino il patto marciano — l'appropriazione del bene con obbligo di restituire l'eccedenza rispetto al credito — in deroga al divieto del patto commissorio dell'art. 2744 c.c. (Diritto Bancario, Il patto marciano atipico). È il motivo per cui, in un LBO, il pegno sulle azioni della target viene strutturato con cura maniacale per rientrare in quel perimetro: lì dentro si escute in fretta e si dorme tranquilli.
Ma attenzione a non scambiare il porto sicuro per terraferma. La Cassazione (ord. n. 29998/2023) ha chiarito che il D.Lgs. 170/2004 non ha inciso sulla revocabilità ex art. 67 della costituzione del pegno effettuata nel periodo sospetto: l'escussione anche legittimamente compiuta dopo l'apertura della procedura resta travolta dalla dichiarazione di inefficacia della garanzia stessa (Unijuris, Cass. 29998/2023). La velocità di escussione non immunizza dal vizio genetico. Se la garanzia è nata nel periodo sbagliato, può essere escussa in un lampo e poi restituita per intero. La forma rapida non sana il difetto d'origine.
Dove l'avvocato fa la differenza
Il finanziamento strutturato è il luogo dove il diritto smette di essere parola e diventa ingegneria. Il banchiere porta i numeri, lo sponsor porta l'ambizione, ma è l'avvocato che decide se l'edificio reggerà al terremoto — e il terremoto, in questo mestiere, ha sempre lo stesso epicentro: la procedura concorsuale.
La differenza non si fa scegliendo se importare l'intercreditor LMA. Si fa sapendo cosa di quel modello sopravvive quando il debitore italiano apre una liquidazione giudiziale. Si fa perfezionando la garanzia abbastanza presto da blindarla contro la revocatoria, e qualificandola — regolare o irregolare, finanziaria o ordinaria — in modo che resti opponibile al curatore. Si fa scrivendo l'equity cure in modo che protegga senza diventare un trucco, e definendo il perimetro del collaterale così stretto che il debitore covenant-lite non possa svuotarlo nel silenzio dei covenant assenti.
Il documento perfetto non è quello bello da leggere il giorno della firma, quando tutti sorridono e brindano al closing. È quello che funziona il giorno peggiore, quando nessuno sorride più e l'unica cosa che parla è il testo. Tutto il resto è decorazione. Chi confonde le due cose, prima o poi, paga il conto. E non lo paga lui: lo paga il cliente.
Tutte le affermazioni di questo articolo sono ancorate a fonti verificabili e datate, citate inline. I dati riflettono le informazioni disponibili al 24 giugno 2026 e vanno verificati alla luce degli sviluppi successivi.
Anselm
Germania · 26 giugno 2026